venerdì 18 aprile 2014

Omaggio a Gabriel 01

Ero disteso sul prato dei giardinetti della stazione di Firenze nell'agosto 1976 (oggi credo non esistono più). Da fricchettone qual'ero mi ristoravo al sole di fine agosto senza avere pressione del tempo, senza pensare a niente, godendo della felicità di esistere, di essere a questo mondo, appagato del niente, o meglio dell'apparente niente del quale mi nutrivo. Ero di ritorno da un viaggio in autostop ed il mio bagaglio lo avevo lasciato al deposito per spendere gli ultimi spiccioli in giro per Firenze, amore a prima vista, città che mi ha sempre attratto. Guardavo gli altri perdigiorno come me stazionare sul prato, quelli che erano appena partiti e andavano all'ostello, quelli che rientravano senza una lira, quelli che non ce l'avevano mai avuta, si facevano tante conoscenze a Firenze, ragazzi e ragazze da tutte le parti del mondo. Verso sera, all'imbrunire, un gruppo di cinque persone si accostò per chiedermi informazioni e, a causa del loro strano modo di parlare, ho pensato che mi stavano prendendo in giro, sicchè cominciai a dare spiegazioni "a muzzo", senza conoscere il luogo che mi avevano chiesto, solo per rispondere alla loro burla. In realtà scoprii successivamente che parlavano castillano. Siccome non capivano ciò che dicevo mi invitarono a seguirli. Adesso potete immaginare un fricchettone nel pieno degli anni settanta vestito con una tutina a scacchettini blu e bianchi, giacca militare usata e per scarpe gli zoccoli Dottor Sholl neri distrutti dall'usura, seguire un gruppo di persone informali ma pur sempre eleganti? Io non mi sono posto il problema e li ho seguiti. Grazie al mio istinto di sopravvivenza in un modo o nell'altro riuscii a portarli dove desideravano e loro mi fecero capire che sarei stato un loro gradito ospite. Avevo 16 anni, fatti a giugno, ed ero un bel ragazzo per cui guardando quel gruppetto, composto da tre donne e due uomini, cominciai a pensare di essere stato rimorchiato per scopi diversi delle informazioni turistiche. Comincammo a girare per locali, a bere alcoolici (con mio grande piacere), nel frattempo la mia mente studiava il caso: tre donne e due uomini, probabilmente manca l'uomo per la terza donna meno bella delle altre; per cui cominciai a farmi sotto, ma quella non aveva nessuna intenzione con me. Allora pensai che forse non era lei ma un'altra. Mentre continuavamo il nostro giro di caffè in caffè (non erano molti quelli aperti a quei tempi le città d'agosto, chiudevano), quello che decideva tutto decise di andare al ristorante e tra un ristorante turistico ed una trattoria decise per la seconda. Io già bello offuscato dai fumi alcoolici mi godevo quella fortuna. Oddio quando andammo a mangiare avevo paura che avrebbero fatto pagare anche me, ma il rischio andava corso. Parlava, parlava, per fortuna quasi sempre Lui ed io, che capivo forse il 10% di quello che diceva ed anche delle domande che mi facevano, lo preferivo, così potevo concentrarmi su quel pasto, che così completo non lo vedevo da quando ero partito in autostop da Palermo.
Guardavo Lui, poi il suo amico ed allora mi feci convinto che non erano le donne che avrei dovuto accontentare, ma loro o uno di loro, ma non era il caso di pensarci con quei piatti fumanti davanti ad i miei occhi. Finita la cena inaffiata da tante bottiglie di vino (ai tempi per me un vino valeva l'altro ma sicuramente sarà stato dell'ottimo vino toscano), i cinque avevano ancora voglia di fare qualcosa, ma in città i posti per ballare, per tirare tardi erano chiusi e la festa dell'Unità che prometteva concerti e pasti popolari sarebbe stata inaugurata solo in settembre. Così chiedendo ai portieri degli alberghi ci indicarono l'unico posto aperto che era il Jackye'O. Ma il posto era un locale molto elegante e già allora c'erano i buttafuori all'ingresso che selezionavano chi entrava. Figuratevi io con la mia tuta a scacchetti con addosso la giacca militare! Non c'era verso di farmi entrare ed io già mi preparavo a tornare sul mio prato secco a dormire, ma Lui insisteva che senza di me non saremmo entrati. E tanto insistette che, alla fine (non che ci fossero tanti avventori), ci fecero entrare tutti. Forse diede una lauta mancia, chi sa. So solo che ero già sicuro che avrei dormito in un hotel a cinque stelle, con chi non lo so, ma quello era un dettaglio. Bevemmo il bevibile e parlammo, ma non so di cosa. Provai a raccontare qualcosa di quello che può raccontare uno a 16 anni, tirai fuori molta politica e non so se capirono qualcosa. Ma tutto andava per il meglio. Stabilii alla fine che non sarei stato ne con uno ne con l'altra ma che tutto sarebbe finito in una mitica ammucchiata che negli anni settanta andava di moda e non si chiamava ancora gang bang. Un grande lettone d'albergo a cinque stelle e li tutti a darsi da fare. Quando però uscimmo dal Jackie'O una delle tre donne chiamò i taxi che stazionavano all'esterno e mi chiese: - Dove vuoi che ti accompagnamo? - sulle prime non avevo capito, un po' per l'alcool, un po' perchè erano le 4 del mattino, un po' perchè già ci avevo fatto un pensiero a dormire in un hotel a cinque stelle, ma quando me lo richiese le risposi: - Dove mi avete trovato-. - Alla stazione? - replicò - Si - risposi- ai giardini della stazione.
Mi accompagnarono li tutti insieme dopo mi abbracciarono fraternamente dicendomi cose sicuramente belle che si dicono nell'accomiatarsi quando lei mi chiese: - Conosci Garcia Marchè, uno dei più grandi scrittori sudamericani? - No, non ne ho la più pallida idea - le risposi. - Eccolo, è lui - mi disse indicando uno dei due uomini della compagnia, e su una pagina della mia agenda scrisse il nome ed un numero di telefono francese. - Vieni a trovarci se passi da Parigi! - concluse salendo sul taxi.
Deluso di dormire un'altra notte all'aperto e neanche col sacco a pelo, chiuso al deposito bagagli, ma felice per l'esperienza passata, lasciai che le bevande alcooliche trangugiate durante la giornata mi portassero tra le braccia di Morfeo. - Ma chi minchia è sto Garzia - come ha detto? - Marchè? . Ma che è un personaggio di Zorro? Jajajjajajaa!!! E mi sono addormentato.

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