martedì 23 maggio 2017

La verità? Abbiamo perso

E' la prima volta che scrivo quel ricordo di 25 anni fa, il botto, l'attentatuni, la prima volta da palermitano fuori sede più che da professionista che ha coperto l'evento. Ero a casa a Roma e chiama mio padre, triste, agitato e con voce tremulante, di chi a causa del terrore ha già perso un amico nella fine degli anni settanta, mi dice: - Lo hanno fatto saltare in aria, qui è guerra ormai. - Chi fosse saltato in aria non era difficile da capire. Come si dice a Palermo, 'mienza parola'. Metto giù la cornetta e subito il telefono suona ancora, e ancora e ancora, non riuscivo a trovare un posto in in aereo perché i voli che ancora potevano atterrare a Punta Raisi erano stati tutti comprati. Dentro di me riviveva la Palermo che avevo raccontato e fotografato, insieme ai miei compagni di lavoro, per il giornale 'L'Ora', la peggiore Palermo, la mia Palermo,  che avevo visto morire, a poco a poco, a colpi di kalashnikow e tritolo. La Palermo di tanti piccoli e grandi uomini, conosciuti e sconosciuti che da palermitani, da siciliani, non si erano fatti mettere i piedi sopra la faccia. Quella Palermo che non sopportavo più, perché volevo parlare di altro che non fosse parlare di mafia. E mentre ero su quel volo che mi portava  qualche ora dopo l'attentato, i volti di quelle vittime si presentavano nella mia memoria: erano giornalisti, poliziotti, giudici, preti, passanti ignari, imprenditori coraggiosi.........
Pensavo che tutti sapevamo che lo avrebbero ammazzato a Giovanni Falcone, isolato, accusato, allontanato, in tutti i modi avevano provato a renderlo inoffensivo. Ma lui era un Uomo e a prescindere dall'incarico che gli davano, riusciva ad essere molesto, ad essere pericoloso a dare fastidio, sempre. Io credo che tutti ci chiedevamo se lo stavano delegittimando lentamente o gli preparavano il plotone d'esecuzione. E' stato scelta la seconda opzione. Difficile delegittimarlo perché era uomo che conosceva bene le regole più di chiunque altro. Ma per quanto ne avessimo viste di cose a Palermo, spari e dinamite, nessuno avrebbe mai immaginato ad un cratere che ricordava più il Libano in guerra, un bombardamento, che una resa dei conti della mafia nei confronti del Giudice.
La macchina blindata in cui hanno trovato la morte il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo. Nello stesso attentato morirono gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonio Montinaro  e sopravvissero miracolosamente gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza

Pensai: - Abbiamo perso!- Nonostante la retorica cialtrona dei professionisti del 'day after', che insistono sul  fatto che il sacrificio di un uomo o di alcuni uomini, porta la gente a reagire sull'onda emotiva. E poi? In un Paese normale, questo non serve, in un Paese normale non servono eroi, servono regole. E il giudice con la moglie e la sua scorta è stato portato via per sempre, nonostante gli anniversari. E lui aveva idee, entusiasmo e coraggio, cose che tutte insieme sono mancate ai suoi successori. A Roma recentemente, per una faida probabilmente, tre bambine sono state arse vive nella loro roulotte. La famiglia aveva denunciato. Anche loro morte perché lasciate sole. Uno Stato è forte quando protegge, non quando rimpiange. Abbiamo perso. 

©Luciano del Castillo

sabato 20 maggio 2017

Scuola: borsa studio a Palermo per 4 ragazzi Rom

Tre ragazzi ed una ragazza rom di età compresa tra i 16 ed i 17 anni, tre dei quali abitano nel campo della Favorita ed uno in una casa confiscata alla mafia che è stata assegnata dal Comune e che sono approdati alle Superiori dopo aver frequentato la scuola elementare De Gasperi domani riceveranno una borsa di studio intitolata alla maestra Fatima Del Castillo. Il riconoscimento sarà loro consegnato dalla dirigente della De Gasperi Maria Giovanna Granata nel corso di una manifestazione a cui parteciperanno il direttore dell'Ufficio scolastico regionale Maria Luisa Altomonte, il sindaco Leoluca Orlando e gli assessori Giusto Catania e Barbara Evola. I tre ora frequentano l'Istituto Tecnico Statale per il Turismo "Marco Polo", l'Istituto Professionale "Francesco Paolo Cascino", l'Istituto Tecnico "Duca degli Abruzzi- Libero Grassi" e l'Istituto Alberghiero "Paolo Borsellino".
"Questa borsa di studio - ha detto Granata - è un sostegno concreto e uno stimolo a fare sempre di più e sempre meglio. Ci auguriamo davvero che questi ragazzi completino il percorso scolastico con i risultati migliori".
La dirigente della De Gasperi Maria Giovanna Granata, il direttore dell'Ufficio scolastico regionale Maria Luisa Altomonte e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ricordano l'impegno sociale e politico di Fatima, con una borsa di studio che sarà assegnata a 4 studenti Romanì.

venerdì 28 aprile 2017

Fotocamere e fotografi

Uno dei motivi per cui ho apprezzato molto il premio , anzi i premi (Rey de Espana e Ortega y Gasset 2017), assegnati al fotografo cubano Yander Zamora è perché la foto (l'Air Force One che atterra all'Avana con a bordo il presidente americano Obama) è una foto ragionata, preparata accuratamente prima dello scatto, immaginata e realizzata.


La foto di Yander Zamora che ha vinto i premi Rey de Espana e Ortega y Gasset 2017.

La foto di Yander ci dice che per fare una immagine bella serve, occhio, cervello e cuore. Una buona fotocamera va bene, ma è l'autore che crea la foto. Come ha più volte ripetuto nelle varie interviste ed anche ieri sera davanti alla platea romana che lo ha ascoltato con gusto nella sala messa a disposizione di Spazio 5, quando la Reuters lo ha accreditato per la visita del presidente Obama, gli ha chiesto di coprire degli avvenimenti 'periferici' perché quelli che tutti i fotografi consideravano importanti, Raul e Obama, Obama che incontra personaggi del Parlamento etc., erano stati assegnati ai pool dei fotografi di staff nelle agenzie.
Allora Yander ha capito che doveva trovare la foto giusta per non perdere questa unica, grande occasione, di essere sotto i riflettori del mondo ed è andato quindi a cercare il luogo dal quale poter realizzare la sempre più definita idea. Il tempo stringeva e l'aereo presidenziale era in arrivo sull'Avana, e dopo avere cercato dei posti giusti per la foto ed essere mandato via dalla sicurezza, finalmente si posiziona. Una manciata di secondi e la foto c'è.
Invia quindi la foto alla Reuters firmandola come stringer (collaboratore occasionale) e torna nell'area Stampa dove già trova la prima sorpresa: la sua foto campeggia in quasi tutte le prime pagine web ed è rilanciata con una frequeza virale. I colleghi lo chiamano e gli mostrano la foto bellissima e si chiedono chi la ha realizzata. Yander ha un contratto con il quotidiano cubano Granma e non firma mai le foto che escono con altra fonte. Guarda la sua foto soddisfatto, ma non rivela la paternità. La foto diventa così "calda" che anche i responsabili della Reuters lo chiamano per dirgli che la foto ha riscosso così tanto successo che altri media stanno cercando l'autore e che è impossibile non firmarla. Così Yander la firma Alberto Reyes, il suo secondo nome e secondo cognome. Ma i media vogliono conoscere il vero autore e insistono fino a che l'agenzia EFE rivela la sua vera identità. Il resto è storia di questi giori, premi, interviste.
Ma Yander non perde la sua semplicità e nell'incontro a Spazio 5 dove oltre che alla foto vincitrice ne sono state proiettate altre del suo lavoro a Cuba, dice: - Questa foto è stata l'ultimo miracolo della mia fotocamera e del suo obiettivo, materiale ormai obsoleto con il quale lavoro normalmente a Cuba. In quei pochi secondi dell'atterraggio la fotocamera non ha smesso di funzionare come è invece successo altre volte! -

                                                          La fotocamera di Yander

Il 30 aprile lascerà l'Italia per tornare a Madrid dove ritirerà il premio Ortega y Gasset (http://politica.elpais.com/politica/2017/04/06/actualidad/1491470749_964173.html ) per rientrare all'Avana il 13 maggio. Nel suo tour europeo ha visitato Madrid, Barcellona, Palermo, Roma, Parigi e Venezia. Alla domanda su quale sia la città che più gli è piaciuta Yander, guardando la mia aria minacciosa, risponde sicuro: - Palermo! -
Ma, al di la dello scherzo,  le affinità evidenti tra Palermo e L'Avana ci hanno fatto cominciare un progetto comune.




Yander Zamora

venerdì 17 febbraio 2017

Millenovecentosettantasette 1977

Quaranta anni fa, durante un comizio del segretario della CGIL Luciano Lama l'università La Sapienza di Roma veniva messa a ferro e a fuoco dai gruppi dell'Autonomia Operaia. «Il segretario della Cgil Luciano Lama si è salvato a stento dall’assalto degli autonomi, mentre tentava di parlare agli studenti che da parecchi giorni occupano la città universitaria. Il camion, trasformato in palco, dal quale il sindacalista ha preso la parola, è stato letteralmente sfasciato e l’autista è uscito dagli incidenti con la testa spaccata e varie ferite». E’ la cronaca degli scontri alla Sapienza riportata da Corriere il 18 febbraio del 1977, un giorno dopo la “cacciata” del leader della CGIL Luciano Lama dall’ateneo dove stava tenendo un comizio. Una giornata di violenza che diventerà il simbolo della rottura tra la sinistra istituzionale, rappresentata dal Pci e dal sindacato, e la sinistra dei movimenti studenteschi.
L'ingresso dell'università di Roma La Sapienza chiusa dalle barricate dei dimostranti

Fu l'inizio di uno dei periodi più bui della Repubblica, che portò ad un confronto durissimo tra il Movimento degli studenti e le Istituzioni, che costò molti morti e feriti per le strade della Paese.
Alla fine di quel 17 febbraio 1977 Roma era una città ferita, vetrine distrutte, portoni bruciati, auto rovesciate, le bombe molotov avevano lasciato, insieme ai gas lacrimogeni, un aspro odore di morte. Il Movimento del Settantasette si presentava così al suo debutto.
© Luciano del Castillo

lunedì 3 ottobre 2016


I pochi non confusi che ho conosciuto erano persone indiscutibilmente interessanti per un pubblico noioso.
©Luciano del Castillo Roma, 3 gennaio 2002

mercoledì 31 agosto 2016

Troglodita mediatico

Sono costretto, anche se confesso a volte mi diverte pure, a stare connesso su internet per lavoro. Monitorare la rete, cercare, vedere, trovare stimoli, idee, contributi interessanti. Leggere è la cosa che ho sempre amato molto quindi trovare pagine di racconti originali, pezzi di diario, trascrizioni della propria vita, storie di fantasia,  mi fa molto piacere. Anche se il modo di raccontare  più diffuso oggi (e male) per via della velocità è il linguaggio visivo, quello che mi incuriosisce molto è leggere i commenti delle persone. Perché il commento non richiede concentrazione. Scrivi 4 parole e dai un minimo senso a ciò che vorresti dire. Se poi il commento è infarcito di male parole, insulti e quant'altro, risparmi sulla grammatica e spari il tuo concetto basico, quasi mai capito dalla platea dei lettori, sul senso della vita, della giustizia, della politica.... 
Ma chi sono questi dispensatori di consigli e commenti di poche, ma incomprensibili, parole?. Chi sono queste persone che sentono la necessità di esprimere pubblicamente il loro pensiero (pensiero è un parolone) ed arricchirci della loro sapienza? E' il popolo dei commenti, delle botta & risposta, di quanti non hanno una idea e se la provano a fare scrivendo (ma l'idea se la perdono nel frattempo) sulla nostra pelle.
Da quando hanno imparato ad accendere un computer e a navigare, hanno perso il pregio del silenzio. Imperversano tra le pagine di seri quotidiani o rispondendo a commenti di blog, parlando di qualsiasi cosa, dalla politica allo sport. Il dato che li accomuna è che qualsiasi cosa dicano siano incomprensibili e disperati. Giustizialisti con gli altri, vorrebbero pene di morte anche e solo per il furto (sempre ad opera del malcapitato extracomunitario - termine in disuso da decenni, ma amato dal commentatore di provincia-ndr), salvo poi urlare contro la mala giustizia quando gli tocca pagare una multa per avere lasciato in terza fila la loro autovettura.
Come moderni trogloditi si aggirano con la clava tra le pagine cercando il posto dove potere colpire più forte più veloce, con un insulto, o meglio un incomprensibile grugnito. A volte provo a capire il significato delle loro parole ma, credetemi, nonostante l'enorme sforzo, l'analisi logica, anche quella illogica, non ci riesco. In questo il troglodita mediatico è un professionista: utilizzare non più di 15 vocaboli, usando come collante l'insulto e l'odio per ' gli altri'. Lo spazio fuori dal suo monitor pullula di nemici, di donne e uomini che chiedono e pretendono il confronto. Ma siamo matti?? Il troglodita mediatico non è interessato a nessun confronto! Non ha interesse minimamente a cambiare la propria posizione, proprio perché in realtà non ne ha una, e all'interno dello stesso commento la esprime e  anche il suo contrario. Gli 'altri' sono la causa di tutti i suoi mali, e di categorie da detestare di questi tempi se ne trovano tante. Quali sono le categorie più gettonate dal troglodita mediatico? Credo che sopra a tutti ci stiano i politici: sono tutti ladri, hanno tanti privilegi, c'hanno l'autista per fare la spesa; nella categoria sociale seguono i  migranti che sbarcano, poi i Rom (che a volte non sono neanche Rom, ma Sinti, ma chissenefrega) che se la battono coi rumeni che prima erano albanesi; la lista è lunga e si finisce con il ragionier Rossi che ha il solo difetto di vivergli di fronte, ma che sicuramente è quello che non butta la spazzatura nei cassonetti predisposti e......
Tutto questo commentare aggressivo altro non fa che alimentare gli alibi dei criminali. Si fa di tutta l'erba un fascio e le prime vittime sono gli onesti: i politici che amministrano bene, i giornalisti che non si fanno intimidire, i cittadini che hanno comportamenti civili.
Quando ritorneremo ad esprimere concetti, solo dopo averli elaborati, come un tempo? Il silenzio, sentire di nuovo il frinire assordante delle cicale, in una notte in cui non c'è proprio niente da dire. 
Esistiamo anche se non lo esterniamo.
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