martedì 25 agosto 2015

L'orrore dello scatto accanto

In tanti conoscono la storia di Kevin Carter, il fotografo sudafricano che ha vinto il premio Pulitzer con la foto scattata in Sudan che ritraeva una bambina denutrita, in punto di morte, con l’avvoltoio dietro che la seguiva a saltelli, aspettando che morisse per accanirsi sulla piccola carcassa. Kevin con Greg MarinovichKen Oosterbroek e Joao Silva faceva parte di un gruppo di fotografi sudafricani che raccontavano il Sudafrica dell’Apartheid, delle townships, la Soweto devastata dalla guerra civile, tra bianchi e neri, tra le tribù locali che si scontravano per il controllo del territorio. Erano “The bang bang club” (ho postato il film realizzato su questa storia http://lasolitudinedelconiglio.blogspot.it/2015/05/kevin-carter.html ) ha raccontato con freddezza e professionalità quegli anni drammatici, dove la violenza era pane quotidiano. Kevin si è suicidato a soli 33 anni per il peso ormai insostenibile, come dicono molti, di aver realizzato quella maledetta bella foto o per tutta la violenza immagazzinata e distribuita in quegli anni.
Meno conosciuta è invece la storia di un altro fotoreporter italiano, abruzzese per la precisione, Ennio Iacobucci. Ennio nasce a San Vincenzo Valle Rovereto in Abruzzo da una famiglia povera e, dopo il collegio, scappa a Roma per trovare la sua strada. Qui incontra il giornalista inglese Derek Wilson che lo prende a benvolere lo convince ad andare a Londra dove impara le lingue e ad usare la macchina fotografica. Da Londra sia con Derek che successivamente con Oriana Fallaci o da solo, comincia a lavorare nelle aree di guerra. Pochi sanno che nel 1972 in Vietnam per primo consegnò alla AFP la notizia della sconfitta dell’esercito sudvietnamita nella provincia di Quang Tri che fu il preludio della sconfitta e della disfatta dell’esercito sudvietnamita e statunitense. Entrato nella lista nera dell'intelligence americana, si diede alla fuga e sulla sua testa fu messa una taglia.
Il 17 aprile 1975 è stato l’unico giornalista internazionale a riprendere la caduta di Phnom Penh da parte dei Khmer rossi. Ma in Italia è come se non fosse mai esistito.
Due anni dopo si impicca in un cantiere edile solo, disperato e soprattutto ignorato dal suo Paese.
Queste sono due delle tante storie di reporter suicidi che ho esaminato nel corso di una ricerca sul rapporto che i giornalisti hanno con la morte e fino a che punto si riesce ad essere impermeabili all’orrore.
Ho trovato queste due storie esemplari e le ho volute raccontare, in particolare la storia di Ennio che è stato colpevolmente dimenticato  dal suo Paese e tardivamente ritrovato.
Quanto paghiamo per quello che raccontiamo? Stare dentro un teatro di guerra è sempre considerata una scelta difficile, ma necessaria. Si arriva alle porte dell’inferno ed a volte è difficile ritornare. O meglio si ritorna fisicamente, ma liberarsi da quell’orrore che continua a popolare i sogni degli inviati non è un'impresa facile.
Conciliare l’acqua che sgorga dal rubinetto con l’immagine di un bambino assetato nel deserto del Sahel, un salto in una farmacia a comprare un farmaco e un campo della Croce Rossa dove mancano le garze, sentire e guardare i fuochi d’artificio  e pensare  alle esplosioni che distruggono case ed uccidono esseri umani. Stare tra gli amici di sempre, giustamente chiassosi, che ti festeggiano, fare finta di divertirsi mentre la mente è lontana a quel ricordo, a quella persona che probabilmente non c'è più, al cratere da dove sbucava solo una mano che sembrava ironicamente mandarti a fare in culo. 
Brandelli di corpi che vagano nella memoria con una domanda insistente: ma se al posto di fare la foto avessi……. Non sarebbe cambiato niente, intervenire. Eri tu la persona sbagliata nel posto sbagliato, ma il giornalista giusto nel giusto momento. Ed i fantasmi si affacciano nel sonno, turbano, entrano ed escono episodi marginali, parte di ricordi stipati nello spazio nascosto del cervello.
Risvegli da incubo, cuore impazzito e corpo sudato. Più che il dolore, si può dimenticare la ferocia?
Aveva senso essere li? C'era qualcuno realmente interessato a cio' che raccontavi?
Il dopo per un inviato in guerra è sempre un'incognita, dipende da quanto sei chiuso e da quanto chi ti sta vicino ha pazienza. In ricordo di queste belle e difficili persone pubblico delle foto dal Vietnam di Ennio Iacobucci per conoscere attraverso le sue immagini, un pezzo della sua anima gentile.
Per realizzare il film Apocalypse Now il regista statunitense Francis Ford Coppola si è ispirato ad alcune foto di Ennio:
1970, Cambogia: elicotteri americani Huey sorvolano la zona di confine.

1972, Vietnam: Quangtri, la fuga dalla città.


1968, Vietnam: soldati americani della 9* divisione durante la costruzione di un ponte sul Delta del Mekong.


1968, Vietnam: nord-ovest di Saigon, civili uccisi durante un attacco vietcong alla 1* divisione di fanteria americana a Cu Chi.

1969, Vietnam: accoglienze calorose alle attrici che accompagnano Bob Hope durante lo spettacolo di Natale a Saigon.


1971, Confine laotiano: elicotteri sorvolano un campo base durante l’invasione del Laos.


1972, Vietnam: Strada numero 9, soldati in posa dopo l'uccisione di un guerrigliero.


1969, Tayninh, Ennio Iacobucci in compagnia di alcuni monaci. 

1967, Striscia di Gaza, sospetto terrorista arabo in attesa dell’interrogatorio.

1970, Vietnam: Tam ky, soldati nordvietnamiti uccisi nel corso di un'imboscata.

1970, Vietnam: Mytho, un miliziano tiene in braccio il proprio figlio nella zona del Delta.
1975, Cambogia: Phnompenh, i Khmer rossi fanno il loro ingresso nella capitale.

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