mercoledì 14 aprile 2010

VIAGGIATORI VIAGGIANTI

Luciano in attesa di imbarcarsi su un Hercules C-130 a Bam in Iran.

Sulla differenza tra turisti e viaggiatori, due brani scelti
di Duccio Canestrini
Da: Trofei di viaggio. Per un'antropologia dei souvenir . *
Duccio Canestrini, Bollati Boringhieri Editore, Torino 2001.
La mobilità per diletto assume qui una dimensione sincronica: i viaggiatori del
Settecento e dell’Ottocento, troppo spesso idealizzati quali “veri” viaggiatori, sono
trattati da turisti, e viceversa. Del resto, chiunque compia un tour , un giro, per poi
tornare a casa, è un turista. Così come chiunque parta, si mette in viaggio.
La distinzione tra il turista e il viaggiatore, sulla quale ho ragionato anche in
altre occasioni, è ormai un inutile tormentone. Amici, colleghi, esperti, gente
comune e operatori turistici l’hanno fatta diventare tale, a furia di snocciolarla con
disinvoltura. La differenza sembra molto, fin troppo facile: dove il viaggiatore è
attivo, il turista è passivo; dove il viaggiatore è curioso, il turista è annoiato.
L’eroe del viaggio di stampo romantico è in effetti inseguito da un’ombra: il
turista che ne scimmiotta le gesta, senza nobiltà e senza cultura. In pratica, il
turista sarebbe un viaggiatore senza qualità. Tutto storicamente vero. Peccato che
oggi, più sento enunciare questa distinzione, meno mi paia sostenibile. Ha perso
il filo, non taglia più. Non fotografa più la realtà dei diversi modi di andare. Molto
più interessante, casomai, è cercare di capire perché, in una determinata cultura e
in un determinato momento storico, una persona che viaggia può apparire eroica
o antieroica.
Tutto ciò ha ovviamente a che vedere con i souvenir, vecchi e nuovi, di cui ho
accettato e propiziato la contaminazione, nella nuova accezione positiva del
termine oramai invalsa. In questo breve lavoro sui souvenir di viaggio, ho cercato
di guardare i souvenir da antropologo, con transiti continui (a mio avviso fecondi,
qualcuno dirà spregiudicati) tra le forme del passato e le forme del presente. Tutti
i souvenir, anche quelli di fabbricazione industriale, li ho trattati come se fossero
oggetti d’interesse etnografico. Oggetti angelici, vale a dire messaggeri. C’è una
costante comunicazione tra manufatti. Splendidi pezzi d’artigianato che hanno
secoli di vita, finalmente dialogano con vecchio ciarpame da rigatteria e
chincaglierie di produzione industriale. Souvenir classici e postmoderni hanno
rapporti e parlano tra loro, prima che con noi. Com’è logico e giusto che sia.
* Testo adottato o consigliato come testo d’esame nelle seguenti Università degli Studi:
Università di Bologna, Facoltà di Lingue Straniere
Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Urbino, Facoltà di Sociologia
Università di Genova, Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Genova, Facoltà di Scienze della Formazione
Università di Milano-Bicocca, Corso di Sociologia
Università di Napoli, Facoltà di Lingue e Letterature straniere
Università di Foggia, Facoltà di Economia
Università di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Scienze della comunicazione
Università del Piemonte Orientale (Novara), Facoltà di EconomiaScuola superiore alberghiera e del turismo di
Bellinzona (Svizzera italiana)
Da: Andare a quel paese. Vademecum del turista responsabile
Duccio Canestrini, Feltrinelli Editore, Milano 2003 (quarta edizione, settembre
2008).
Un tormentone che dura da un secolo e mezzo è quello della differenza tra il
turista e il viaggiatore. Questa distinzione è ormai diventata un luogo comune, in
certi casi costituisce un credo incrollabile, amici e conoscenti la snocciolano,
sicuri. Al punto che diventa penoso contraddirli. La differenza sembra molto, fin
troppo facile: dove il viaggiatore è attivo, il turista è passivo; dove il viaggiatore è
curioso, il turista è annoiato. L’eroe del viaggio di stampo romantico è tallonato
da un’ombra: il turista, che ne scimmiotta le gesta, senza nobiltà e senza cultura.
In pratica, il turista sarebbe un viaggiatore senza qualità. Fin qui tutto bene.
Nel film di Bernardo Bertolucci “Il tè nel deserto”, tratto dal romanzo The
Sheltering Sky di Paul Bowles (1977) ci sono un paio di battute a questo proposito.
Siamo in Marocco, nel primo dopoguerra. Tre americani viaggiano in cerca di
emozioni. Non si sentono turisti. Anzi, si pregiano di non esserlo: perché il turista
è colui che “mentre viaggia pensa al ritorno”. Un’altra importante differenza tra
turista e viaggiatore, vi si legge, starebbe nel fatto che “il primo accetta la propria
forma di civiltà senza discutere; non così il viaggiatore, che la paragona con le
altre, e respinge quegli elementi che non trova di suo gusto”.
Quanto alla prima discriminante, diciamolo subito, è una bufala. Tutti prima
o poi pensano alla propria casa, in viaggio. Soprattutto, pensiamo tutti quanti a
riportare a casa la pelle. Diversa e di maggiore spessore è la seconda
osservazione: mentre il vero viaggiatore mette in discussione i valori della propria
civiltà, il turista cerca invece conferme della loro universale validità. Ma per questo
non occorre viaggiare, basta ragionare e relativizzare un po’ le cose.
La differenza corre casomai tra la chiusura e l’apertura, tra la distrazione e
l’accortezza. La distinzione tra turisti e viaggiatori - argomento sul quale si
cimenta un drappello di espertoni - in verità è un po’ così: più si analizza più
svapora. Clamorose meschinità di grandi viaggiatori e qualità nascoste di turisti
dozzinali rendono piuttosto difficile separare i “buoni” dai “cattivi”. E’ assai più
interessante, invece, capire le origini storiche di questo bisogno di distinguere le
due figure.1
Trasferiamoci per un attimo in montagna, precisamente in Svizzera, nella
seconda metà dell’Ottocento. Siamo in uno dei “laboratori” dove si accavallano
l’itinerario romantico e il nuovo turismo moderno. In questa impervia oasi
naturale, ispiratrice dei più nobili pensieri, si diffonde l’immagine di una meta
dotata di comodi rifugi, raggiungibili da tutti. Sugli stessi sentieri iniziano a
incrociarsi viaggiatori aristocratici con la puzza al naso e chiassose comitive in
cerca di svago, qui i filosofi della natura camminano gomito a gomito con i
buontemponi. Il primo turismo alpino è un fenomeno aristocratico, che
ovviamente porta con sé tutto il suo bagaglio di moda, di cultura e di pregiudizio.
Quando i montanari smetteranno di essere considerati barbari, o descritti come
tali nei diari di viaggio dei signori, cominceranno a esserlo i turisti stessi:
percepiti come un volgo invadente, che si spinge inopportunamente fuori sede.
Nel suo Diario di viaggio in Svizzera (1868) Antonio Fogazzaro descrive per
esempio un piroscafo sul lago di Valsolda, sul confine italiano, con a bordo “i
manipoli della invasione barbarica che si versa ogni anno” dal Gottardo; e li
descrive come Unni, armati di bastone da passeggio. Analogamente, nel suo
diario marocchino (1892), il raffinato scrittore di viaggi Pierre Loti sbotta: “E’
spaventosa questa valanga di sfaccendati che va a curiosare dappertutto”.
1 Lo ha fatto, per esempio, Jean-Didier Urbain nel libro L’idiota in viaggio (1997).

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